Corte Costituzionale: sentenza 227/2019

La Consulta boccia la legge della Regione Abruzzo 24 agosto 2018, n. 28, recante «Abruzzo 2019 – Una legge per L’Aquila Capoluogo: attraverso una ricostruzione, la costruzione di un modello di sviluppo sul concetto di Benessere Equo e Sostenibile (BES)» per contrasto con l’art. 81 Costituzione.

Il principio da cui è partita la Corte è che “la copertura finanziaria di una spesa e l’equilibrio del bilancio non possono essere assicurati solamente dall’armonia numerica degli stanziamenti in parte entrata e spesa (ex plurimis, sentenze n. 197 e n. 6 del 2019), ma devono fondarsi anche sulla ragionevolezza dei presupposti giuridici ed economici che ne sorreggono l’iscrizione in bilancio”.

Ecco il link sentenza 227/2019 Corte Costituzionale

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Usura e interessi moratori

La Prima Sezione civile ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale rimessione della causa alle Sezioni Unite ai fini dell’ulteriore approfondimento della seguente questione di massima di particolare importanza: se la disciplina antiusura sia riferibile anche agli interessi moratori, dovendosi in particolare valutare, anche alla stregua del tenore letterale dell’art. 644 c.p. e dell’art. 2 della legge n. 108 del 1996, se il principio di simmetria consenta o meno di escludere l’assoggettamento degli interessi di mora alla predetta disciplina, in quanto non costituenti oggetto di rilevazione ai fini della determinazione del tasso effettivo globale medio; qualora si opti per la soluzione contraria, se, ai fini della verifica in ordine al carattere usurario degli interessi, sia sufficiente la comparazione con il tasso soglia determinato in base alla rilevazione del tasso effettivo globale medio di cui al comma 1 dell’art. 2 cit., o se, viceversa, la mera rilevazione del relativo tasso medio, sia pure a fini dichiaratamente conoscitivi, imponga di verificarne l’avvenuto superamento nel caso concreto, e con quali modalità debba aver luogo tale riscontro, alla luce della segnalata irregolarità nella rilevazione.

Trattasi dell’ordinanza interlocutoria 26946 del 22/10/2019.

Questa è la parte rilevante della motivazione”

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Permessi premio e pentimento del condannato

Di seguito il Comunicato stampa pubblicato oggi sul sito della Consulta.

Ufficio Stampa della Corte costituzionale

Comunicato del 23 ottobre 2019

REATI OSTATIVI: LA MANCATA COLLABORAZIONE CON LA GIUSTIZIA NON IMPEDISCE I PERMESSI PREMIO PURCHE’ CI SIANO ELEMENTI CHE ESCLUDONO COLLEGAMENTI CON LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte di cassazione e dal Tribunale di sorveglianza di Perugia sulla legittimità dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario là dove impedisce che per i reati in esso indicati siano concessi permessi premio ai condannati che non collaborano con la giustizia. In entrambi i casi, si trattava di due persone condannate all’ergastolo per delitti di mafia.

In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa della Corte fa sapere che a conclusione della discussione le questioni sono state accolte nei seguenti termini. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 4 bis, comma 1, dell’Ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede la concessione di permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia, anche se sono stati acquisiti elementi tali da escludere sia l’attualità della partecipazione all’associazione criminale sia, più in generale, il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata. Sempre che, ovviamente, il condannato abbia dato piena prova di partecipazione al percorso rieducativo.

In questo caso, la Corte – pronunciandosi nei limiti della richiesta dei giudici rimettenti – ha quindi sottratto la concessione del solo permesso premio alla generale applicazione del meccanismo “ostativo” (secondo cui i condannati per i reati previsti dall’articolo 4 bis che dopo la condanna non collaborano con la giustizia non possono accedere ai benefici previsti dall’Ordinamento penitenziario per la generalità dei detenuti).

In virtù della pronuncia della Corte, la presunzione di “pericolosità sociale” del detenuto non collaborante non è più assoluta ma diventa relativa e quindi può essere superata dal magistrato di sorveglianza, la cui valutazione caso per caso deve basarsi sulle relazioni del Carcere nonché sulle informazioni e i pareri di varie autorità, dalla Procura antimafia o antiterrorismo al competente Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Roma, 23 ottobre 2019

Palazzo della Consulta, Piazza del Quirinale 41 Roma – Tel. 06.46981/06.4698224

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Social network ed illeciti penali.

La Terza sezione ha affermato che il reato di illecito trattamento dei dati personali, realizzato in forma di diffusione dei dati protetti – ex art. 167 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 vigente ratione temporis -, resi ostensibili ai frequentatori di un social network attraverso il loro inserimento, previa creazione di un falso profilo, sul relativo sito, ha natura di reato permanente, caratterizzandosi per la continuità dell’offesa arrecata dalla condotta volontaria dell’agente, il quale ha la possibilità di far cessare in ogni momento la propagazione lesiva dell’altrui sfera personale mediante la rimozione dell’account.

Lo afferma la Sentenza n. 42565 /2019 (ud. 28/05/2019 – deposito del 17/10/2019) della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione.

Il caso

Un soggetto crea un falso profilo su un sito internet di chat e utilizza le generalità di una terza persona (ovviamente ignara del tutto).

Sia in primo che in secondo grado viene ritenuto responsabile del reato di cui agli artt. 81 cod. pen. e 167 del d. Igs. 30/06/2003, n. 196 e propone ricorso in cassazione.

La Corte respinge il motivo di ricorso con cui si invocava la prescrizione sulla base del presupposto che il reato fosse istantaneo.

Afferma la Corte: “3. Il terzo motivo di ricorso, con il quale si assume che il reato de quo si sarebbe estinto per intervenuta prescrizione in data anteriore a quella della sentenza di secondo grado, è inammissibile per manifesta infondatezza. La Corte territoriale ha osservato: a) che, a seguito delle indagini della Polizia postale, era emersa la registrazione, con i dati personali della persona offesa, in data 27/04/2010, di un account sul sito ciaoamigos; la registrazione era avvenuta attraverso un IP riconducibile all’utenza telefonica mobile intestata all’imputato; b) che dal 15 al 29/05/2010 la persona offesa era stata iscritta, mediante tale falso profilo e che, nella stanza denominata “sesso” erano stati inseriti i dati personali della prima. Ora, il capo di imputazione per il quale è intervenuta condanna (capo a) concerne proprio la comunicazione dei dati personali inseriti in tale stanza sino al 29/05/2010. L’art. 167 del d. Igs. n. 196 del 2003, nel testo vigente ratione temporis, incriminava la condotta di chi, al fine di trarre per sé o per altri profitto o di recare ad altri un anno, procedesse al trattamento di dati personali, in violazione di quanto disposto dagli artt. 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell’art. 129. L’art. 4, comma 1, lett. b) del medesimo d. Igs. nel testo allora vigente identificava il dato personale come qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica, ente od associazione, identificati o identificabili anche indirettamente; la precedente lett. a) identificava, per quanto ora rileva, il trattamento come qualunque operazione o complesso di operazioni concernenti la comunicazione e la diffusione di dati (le nozioni sono oggi rispettivamente riprodotte, in termini sostanzialmente sovrapponibili, ai fini del presente procedimento, nei numeri 1 e 2 dell’art. 4 del regolamento (Ue) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016, richiamato nell’attuale art. 1 del d.lgs. n. 196 del 2003. Ciò posto, l’attività di diffusione,…I intendersi come la conoscenza dei dati fornita ad un numero indeterminato di soggetti (v., ora, l’art. 2 -ter, comma 4, lett. b) del d. Igs. n. 196 del 2003; all’epoca dei fatti, la nozione era contenuta nell’art. 4, comma 1, lett. m) dello stesso d. Igs.). Secondo una distinzione da tempo recepita dalla giurisprudenza di questa Corte (v., ad es., Sez. 2, n. 4393 del 04/12/2018 – dep. 29/01/2019, Maniscalco Zuela, Rv. 274902) i reati istantanei sono quelli nei quali l’azione antigiuridica si compie e si realizza definitivamente col verificarsi dell’evento, cosicché in tale momento il reato stesso viene ad esaurirsi. Sono permanenti, invece, i reati in cui, nonostante il realizzarsi dell’evento, gli effetti antigiuridici non cessano, ma permangono nel tempo per l’impulso della intenzionale condotta dell’agente. Nel caso di specie, la condotta di diffusione, in quanto programmaticamente destinata a raggiungere un numero indeterminato di soggetti, si caratterizza per la continuatività dell’offesa derivante dalla persistente condotta volontaria dell’agente (che ben avrebbe potuto rimuovere i dati personali resi ostensibili ai frequentatori del soda! network). Ne discende che l’illecito, perfezionatosi nel momento di instaurazione della condotta offensiva, si è consumato, agli effetti di cui all’art. 158, primo comma, cod. pen., dal giorno in cui è cessata la permanenza, ossia dal 29/05/2010. Il termine di prescrizione di sette anni e mezzo, derivante dall’applicazione degli art. 157, primo comma, e 161, secondo comma, cod. pen., era pertanto destinato a spirare il 29/11/2017. Tuttavia, occorre considerare la sospensione del processo, per astensione della difesa, dal 20/02/2014 al 08/01/2015, per 322 giorni, talché si giunge al 17/10/2018, epoca successiva alla data della sentenza di secondo grado. Sulle conseguenze dell’intervenuta scadenza del termine, si rinvia alle considerazioni svolte infra sub 5″

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Restituzione di dispositivi informatici sequestrati previa estrazione di copia.

La Quinta sezione della Corte di cassazione ha affermato che è legittimo il provvedimento con cui il tribunale del riesame, pur in mancanza di una richiesta del pubblico ministero, disponga la restituzione dei dispositivi informatici sequestrati previa estrazione di “copia forense”, trattandosi di provvedimento che non implica l’adozione di una nuova misura cautelare, ma il riconoscimento della legittimità di quella già eseguita.

Si tratta della sentenza n. 42765/2019 ( ud. 09/09/2019 – deposito del 17/10/2019 ).

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Legge Pinto: al difensore non possono essere liquidati onorari al di sotto del minimo.

La Cassazione Sesta Sezione Civile con ordinanza n. 26575 pubblicata il 17/10/2019 si è occupata del tema della quantificazione degli onorari spettanti al difensore del soggetto che propone ricorso ex L. 89/2001.

La Corte aveva liquidato euro 210 oltre accessori.

Gli interessati hanno impugnato il decreto lamentando l’erroneità della liquidazione in quanto al di sotto del minimo di cui al DM 55/2014.

La Suprema Corte accoglie il ricorso con questa motivazione.

“Come già rilevato da questa Corte, e proprio con specifico riferimento alla liquidazione delle spese di lite nelle procedure di cui alla legge n. 89/2001 (Cass. n. 1018/2018) che l’opinione secondo la quale il decreto del Ministero della Giustizia n. 55 del 10/3/2014, nella parte in cui stabilisce un limite minimo ai compensi tabellarmente previsti (art. 4) non può considerarsi derogativo del Decreto n. 140, emesso dallo stesso Ministero il 20/7/2012, il quale, stabilendo in via generale i compensi di tutte le professioni vigilate dal Ministero della Giustizia, al suo art. 1, comma 7, dispone che “In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, « sono vincolanti per la liquidazione stessa”, non è condivisibile in quanto il D.M. n. 140, risulta essere stato emanato allo scopo di favorire la liberalizzazione della concorrenza e del mercato, adempiendo alle indicazioni della UE, a tal fine rimuovendo i limiti massimi e minimi, così da lasciare le parti contraenti (nella specie, l’avvocato e il suo assistito) libere di pattuire il compenso per l’incarico professionale. Viceversa, il giudice resta tenuto ad effettuare la liquidazione giudiziale nel rispetto dei parametri previsti dal D.M. n. 55, il quale non prevale sul D.M. n. 140, per ragioni di mera successione temporale, bensì nel rispetto del principio di specialità, poichè, diversamente da quanto affermato dall’Amministrazione resistente, non è il D.M. n. 140 – evidentemente generalista e rivolto a regolare la materia dei compensi tra professionista e cliente a prevalere, ma il D.M. n. 55, il quale detta i criteri ai quali il giudice si deve attenere nel regolare le spese di causa. Tornando al caso in esame la liquidazione effettuata dalla Corte locale in complessivi Euro 210,00 si pone al di sotto dei limiti imposti dal D.M. n. 55 (Euro 286,00 di cui Euro 67,50 per la fase di studio, Euro 67,50 per la fase introduttiva, Euro 51,00 per la fase istruttoria, Euro 100,00 per la fase decisionale), tenuto conto del valore della causa (da Euro 0,00 a Euro 1.100,00) e pur applicata la riduzione massima, in ragione della speciale semplicità dell’affare (art. 4, cit.), non emergendo nemmeno che la decisione gravata abbia motivato in merito all’applicabilità o meno dell’aumento ricollegato alla difesa di più parti. Il provvedimento impugnato deve quindi essere cassato con rinvio alla Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione che provvederà anche sulle spese del presente giudizio……”

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Onorario avvocato e opposizione all’ingiunzione.

Un avvocato chiede e ottiene ingiunzione di pagamento verso il proprio cliente.

Quest’ultimo propone opposizione con atto di citazione.

L’avvocato opposto si costituisce e eccepisce che l’avversa opposizione, proposta con citazione anziché con ricorso, era stata esperita tardivamente, siccome depositata in cancelleria allorché il termine di quaranta giorni dalla notifica dell’ingiunzione era già decorso. Chiedeva dichiararsi l’inammissibilità o rigettarsi l’avversa opposizione.

Con ordinanza in data 11.3.2016 il tribunale di Siena dichiarava inammissibile l’opposizione e condannava l’opponente alle spese di lite. Premetteva il tribunale che l’opposizione all’ingiunzione di pagamento per compensi professionali è da proporre, ai sensi degli artt. 14 dec. Igs. n. 150/2011 e 702 bis cod. proc. civ., con ricorso non già con citazione; che nondimeno, qualora proposta con citazione, è da reputare tempestiva se depositata in cancelleria entro il termine di cui all’art. 641 cod. proc. civ.. Indi esplicitava che l’ingiunzione di pagamento era stata notificata il 23.5.2014 e viceversa l’opposizione era stata iscritta a ruolo il 9.7.2014, allorquando il termine di quaranta giorni era già decorso.

Il cliente propone dunque ricorso per cassazione.

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