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Giudice di appello e rilevabilità d’ufficio della nullità del contratto.

Interessante pronuncia delle Sezioni Unite Civili sulla rilevabilità d’ufficio, in appello, della nullità del contratto. È la sentenza n. 7294 del 22 marzo 2017.

Il principio espresso è il seguente: la nullità del contratto è rilevabile d’ufficio nel giudizio di appello, anche se nel corso del giudizio di primo grado la validità dello stesso non era stata discussa dalle parti né lo stesso giudice avesse prospettato ed esaminato la relativa questione. In altre parole, pur in presenza di un giudicato interno sulla validità del contratto (entrambe le parti avevano infatti prestato assenso alla pronuncia implicita di validità del contratto ravvisabile nella decisione di primo grado), è legittimo il rilievo d’ufficio della sua nullità.

Ad avviso della Corte la giurisprudenza evocata dal ricorrente, a parte ogni considerazione sulla sua pertinenza e sulla palese discutibilità del precedente del 2004 (cioè la 6191/2004), è inidonea a giustificare l’accoglimento del motivo, avuto riguardo al principio di diritto espressis verbís ribadito da Cass., Sez. Un., n. 26242 del 2014, nel senso che «Nel giudizio di appello ed in quello di cassazione, il giudice, in caso di mancata rilevazione officiosa, in primo grado, di una nullità contrattuale, ha sempre facoltà di procedere ad un siffatto rilievo». Nel caso in esame il rilievo officioso da parte del giudice d’appello, poiché il decisum di primo grado, sebbene basato sulla mancanza di rilevazione della nullità, era stato posto in discussione dai reciproci appelli delle parti, ognuno dei quali implicava comunque la necessità della cognizione del giudice d’appello riguardo al suo modo di essere, era giustificato dalla sua inerenza alla rilevazione di un’eccezione rilevabile d’ufficio sulla base dei fatti di causa oggetto della decisione di primo grado e, per effetto delle impugnazioni, oggetto della devoluzione a quello stesso giudice. Detti fatti, nella prospettazione dell’appellante principale, giustificavano il rigetto della domanda principale, originante dal contratto e relativa al pagamento del corrispettivo, senza mettere in discussione la sua validità, così come non era stata messa in discussione nel giudizi di primo grado, ma, poiché il loro accertamento implicava sempre la valutazione del modo di essere del contratto, la devoluzione di essa al giudice d’appello e, quindi, la possibilità del medesimo, all’esito di essa, di rilevare la nullità, risultava giustificata proprio dall’appello stesso. Analogamente, poiché l’appello incidentale concernente l’accoglimento della riconvenzionale, a sua volta implicava necessariamente la valutazione del modo di essere del contratto, in relazione al quale doveva essere considerata l’esistenza dei vizi invocati, il giudice d’appello, nel procedervi, ha correttamente esercitato il potere officioso di rilevazione della nullità. Mette conto, in sostanza, di osservare che, allorquando il giudice di primo grado abbia deciso su pretese che suppongono la validità ed efficacia di un rapporto contrattuale oggetto delle allegazioni introdotte nella controversia, senza che né le parti abbiano discusso né lo stesso giudice abbia prospettato ed esaminato la questione relativa a quella validità ed efficacia, si deve ritenere che la proposizione dell’appello sul riconoscimento della pretesa, poiché tra i fatti costitutivi della stessa per come riconosciuta da primo giudice vi è il contratto, implichi che la questione della sua nullità sia soggetta al potere di rilevazione d’ufficio del giudice, integrando un’eccezione cd. in senso lato, relativa ad un fatto già allegato in primo grado. Ciò, risultava e risulta giustificato, in ognuno dei regimi dell’art. 345 c.p.c. succedutisi nella storia del codice di rito, dalla previsione, sempre rimasta vigente, del potere di rilevazione d’ufficio delle eccezioni soggette a rilievo officioso.

Studio della Cassazione sul NE BIS IN IDEM

Sul sito della Corte di Cassazione é stata pubblicata il 21 marzo 2017 la Rel. n. 26/17 a cura dell’UFFICIO DEL MASSIMARIO PENALE
La relazione ha per oggetto “NE BIS IN IDEM –  PERCORSI INTERPRETATIVI E RECENTI APPRODI DELLA GIURISPRUDENZA NAZIONALE ED EUROPEA”

Ecco il lavoro nella sua integralità

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Autorizzazione paesaggistica: interventi esclusi e sottoposti a procedura semplificata.

È stato pubblicato il DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 13 febbraio 2017, n. 31 Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata.
 (GU Serie Generale n.68 del 22-3-2017)
Link al sito della Gazzetta Ufficiale http://www.gazzettaufficiale.it/do/gazzetta/downloadPdf?dataPubblicazioneGazzetta=20170322&numeroGazzetta=68&tipoSerie=SG&tipoSupplemento=GU&numeroSupplemento=0&estensione=pdf&edizione=0

Persona offesa prossimo congiunto dell’imputato e facoltà di astenersi dal deporre.

La Quinta Sezione penale della Corte di cassazione ha affermato che il prossimo congiunto dell’imputato, il quale sia persona offesa dal reato insieme ad altro soggetto estraneo al rapporto familiare, non ha facoltà di astenersi dal deporre, secondo quanto previsto dall’art. 199, comma 1, cod. proc. pen., stante l’inscindibilità delle sue dichiarazioni, anche relative al soggetto non prossimo congiunto, e la necessità di una rappresentazione completa ed esaustiva di quanto a sua conoscenza.

Il principio è fissato nella sentenza n. 13529 / 2017 (ud. 08/02/2017 – deposito del 20/03/2017). Sul sito della Corte si trova la MOTIVAZIONE.

Secondo la Corte nel caso in cui l’imputato abbia commesso reato nei confronti di più persone di cui una sia un suo prossimo congiunto quest’ultimo non può avvalersi della facoltà di astenersi dal testimoniare avendo un obbligo di deporre e quindi non lo si deve avvertire che ha tale facoltà: infatti “l’unitarietà della condotta ascritta all’imputato rende inscindibili le dichiarazioni del congiunto obbligato a deporre…”. La ratio della facoltà di astenersi dal deporre consiste nell’esigenza di prevenire false testimonianze che poi ex art 384 c.p. sarebbero scriminate: ebbene ciò non riguarda i coimputati del prossimo congiunto del testimone, ma non riguarda nemmeno il caso dell’imputato di una condotta plurioffensiva perché la testimonianza ha scopo di offrire al giudice un quadro dei vari aspetti, oggettivi e soggettivi, della vicenda.

La sentenza peró sul punto non da una motivazione approfondita limitandosi ad enucleare il principio appena esposto ed a ricordare che il mancato avviso della facoltà di astenersi concreta una nullità relativa che va eccepita immediatamente dalla parte che assiste alla deposizione e, comunque, a pena di decadenza entro i termini di cui all’articolo. 181 c.p.p.

Sbirciare tra le email dell’ex convivente integra il reato di cui all’art. 616 c.p.

La Quinta Sezione della Cassazione Penale ha affermato che integra il reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza (art. 616 cod. pen.) e non la fattispecie prevista dall’art. 617, comma 1, cod. pen., la condotta di colui che prende cognizione del contenuto della corrispondenza telematica intercorsa tra la ex convivente e un terzo soggetto, conservata nell’archivio di posta elettronica della prima.

Trattasi della sentenza  n. 12603 /2017 (ud. 02/02/2017 – deposito del 15/03/2017); sul sito della Corte si può leggere la MOTIVAZIONE.

Ecco il testo delle due disposizioni codicistiche:

616. Violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza. 

Chiunque prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa, a lui non diretta, ovvero sottrae o distrae, al fine di prenderne o di farne da altri prender cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta, a lui non diretta, ovvero, in tutto o in parte, la distrugge o sopprime, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 30 a euro 516 .

Se il colpevole, senza giusta causa, rivela, in tutto o in parte, il contenuto della corrispondenza, è punito, se dal fatto deriva nocumento ed il fatto medesimo non costituisce un più grave reato, con la reclusione fino a tre anni .

Il delitto è punibile a querela della persona offesa”.
617. Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.  Chiunque, fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefoniche o telegrafiche, tra altre persone o comunque a lui non dirette, ovvero le interrompe o le impedisce è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni indicate nella prima parte di questo articolo.
I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia si procede d’ufficio e la pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio  nell’esercizio o a causa delle funzioni o del servizio, ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Agli effetti delle disposizioni di questa sezione, per «corrispondenza» s’intende quella epistolare, telegrafica o telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a distanza”.

La Corte ritiene che la possibile interferenza tra le fattispecie punite dagli artt. 616 e 617 c.p. (determinata dalla comune previsione della condotta di colui che prende cognizione della corrispondenza o delle comunicazioni altrui) sia solo apparente. In realtà le stesse hanno ambiti operativi ben definiti dalla diversa configurazione dell’oggetto materiale della condotta, anche indipendentemente dalle specifiche connotazioni modali che la caratterizzano nell’art. 617 e che invece non sono previste nell’art. 616. Sostiene la Cassazione che non è dubitabile che sul piano concettuale la “corrispondenza” costituisca null’altro che una species del genus “comunicazione”, ma è altrettanto indubbio che nell’ambito dell’art. 617 c.p. quest’ultimo termine non identifichi il genus nella sua astratta omnicomprensività, ma assuma un significato maggiormente specializzato, riferibile al profilo “dinamico” della comunicazione umana e cioè alla trasmissione in atto del pensiero, come suggeriscono anche l’ulteriore termine dispiegato per definire l’oggetto materiale del reato (“conversazione”) e le condotte alternative a quella di fraudolenta cognizione idonee ad integrare il fatto tipico (interrompere ed impedire). Allo stesso modo, nell’art. 616 c.p., l’evocazione del concetto di “corrispondenza” risulta invece funzionale ad individuare la comunicazione umana nel suo profilo “statico” e cioè il pensiero già comunicato o da comunicare fissato su supporto fisico o altrimenti rappresentato in forma materiale ed anche in questo caso il contenuto delle altre condotte tipizzate alternativamente a quella di illecita cognizione (sottrarre, distrarre, sopprimere e distruggere) conforta le conclusioni rassegnate. In tal senso deve allora concludersi che la condotta contestata all’imputato – e cioè aver preso cognizione del contenuto della corrispondenza telematica intercorsa tra Tizia  ed Caio conservata nell’archivio di posta elettronica della prima – proprio in virtù della configurazione del suo oggetto materiale, deve essere ricondotta all’alveo dell’art. 616 commi 1 e 4 c.p. e non già, come ritenuto dai giudici di merito, a quello degli artt. 617 comma 1 (anche tenendo conto della sua integrazione ad opera dell’art. 623-bis c.p.). Riqualificazione questa, che, in quanto sollecitata dallo stesso ricorrente, può essere senz’altro operata in questa sede.  

Articolo 360-bis n. 1 c.p.c.: inammissibilità o rigetto?

Le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione decidendo la corrispondente questione, ritenuta di massima di particolare importanza oltre che oggetto di contrasto, hanno stabilito, rimeditando il proprio precedente orientamento, che, in presenza della situazione ipotizzata dall’art. 360-bis, n. 1, c.p.c., il ricorso per cassazione deve essere dichiarato inammissibile e non rigettato per manifesta infondatezza.

Lo hanno fatto con sentenza n. 7155 del 21/03/2017; sul sito della Corte la MOTIVAZIONE.

La questione di cui le sezioni unite sono state investite – se, cioè, in presenza della situazione ipotizzata dall’art. 360-bis, comma 1, n° 1, c.p.c., il ricorso per cassazione debba esser dichiarato inammissibile ovvero rigettato – non appare meramente terminologica. Infatti, ove la si dovesse risolvere nel senso del rigetto, come già indicato da Sez. un.19051/2010, la Corte non potrebbe esimersi dall’esaminare nel merito anche un eventuale ricorso incidentale tardivo che fosse stato proposto dalla parte controricorrente. Viceversa la declaratoria d’inammissibilità del ricorso principale produrrebbe l’inefficacia di quel ricorso incidentale tardivo, dovendosi ritenere anche in tal caso applicabile il disposto dell’art. 334, comma 2, c.p.c., che siffatta conclusione impone quale che sia la ragione dell’inammissibilità del ricorso principale. 

Per rispondere al quesito concernente la sorte del ricorso proposto in difformità alla previsione del citato n°1 dell’art. 360-bis, non può non muoversi dal disposto letterale della norma: che si esprime in termini del tutto inequivoci nel senso dell’inammissibilità. Le ragioni teoriche in forza delle quali, nondimeno, la già richiamata decisione di Sez. un.19051/2010 aveva optato per il rigetto del ricorso, alla luce delle critiche che sono state al riguardo formulate e della successiva evoluzione che l’ordinamento processuale ha conosciuto, non possono qui esser confermate. Infatti non è più ormai condivisibile l’idea secondo la quale l’inammissibilità del ricorso potrebbe sussistere solo in presenza di difetti attinenti alla struttura formale del ricorso medesimo o alle modalità in cui il suo contenuto è espresso, restando estranea alla figura dell’inammissibilità ogni valutazione che attinga il merito. Al contrario, il legislatore ha fatto mostra di utilizzare a più riprese la categoria dell’inammissibilità, per facilitare una decisione in limine litis, anche in presenza di ragioni di merito che risultino agevolmente percepibili e siano perciò suscettibili di un più snello iter motivazionale: si pensi all’art. 348-bis c.p.c., dettato per il giudizio d’appello, pur nell’evidente differenza che quell’ipotesi d’inammissibilità presenta rispetto a quella qui in esame (se ne farà cenno in seguito), ma si pensi anche all’art. 606 c.p.p. in materia d’inammissibilità del ricorso per cassazione in campo penale. Ric. 2015 n. 09474 sez. SU – ud. 21-02-2017 . Non sembra d’altronde neppure decisiva, per contrastare la chiara indicazione ricavabile dal testo normativo, la circostanza che la valutazione di conformità della decisione impugnata alla giurisprudenza della Corte, postulata dal disposto del citato n°1 dell’art. 360-bis, deve ragionevolmente esser compiuta al momento della decisione, potendo la giurisprudenza aver mutato orientamento rispetto al momento in cui il ricorso è stato proposto. Ciò è senz’altro vero, ma non impedisce di considerare in tal caso ammissibile (ed eventualmente fondato) un ricorso che, ove la giurisprudenza fosse rimasta invariata, sarebbe andato verosimilmente incontro ad una dichiarazione d’inammissibilità per non avere offerto elementi idonei a mutarne orientamento; come, del resto, non impedisce di pervenire alla medesima conclusione nel caso in cui la Corte ravvisi la necessità di mutare il precedente orientamento giurisprudenziale sulla base di una diversa valutazione operata d’ufficio. Il fatto, cioè, che la struttura della disposizione in esame imponga di valutare l’esistenza della eventuale ragione d’ammissibilità del ricorso al tempo della decisione non implica, di per sé, che non d’inammissibilità bensì d’infondatezza debba parlarsi, ma significa solo che possono darsi casi di ammissibilità sopravvenuta, dei quali la corte dovrà evidentemente tener conto nella sua decisione. E’ appena il caso di aggiungere che la situazione d’inammissibilità contemplata dall’art. 360-bis di cui si sta parlando lascia del tutto intatta, pur riducendone la portata applicativa, l’ipotesi di rigetto per manifesta infondatezza del ricorso contemplata dal successivo art. 375, che riguarda ogni altro possibile caso di infondatezza, manifesta sì ma non dipendente dall’assenza di ogni confronto critico con una precedente giurisprudenza consolidata. E’ opportuno aggiungere che le ragioni d’inammissibilità contemplate dal citato art. 360-bis possono investire anche soltanto singoli motivi di ricorso e non debbono perciò necessariamente comportare l’inammissibilità del ricorso nel suo insieme, ove questo consti di più motivi. Anche in ciò si evidenzia la diversità di questa situazione rispetto a quella contemplata, con riferimento al giudizio d’appello, dagli artt. 348 bis e ter c.p.c., i quali presuppongono invece l’impiego di una tecnica decisoria di tipo delibativo e prognostico volta a valutare l’impugnazione nel suo insieme, senza scrutinare nel dettaglio i suoi singoli aspetti. Ma il giudizio d’appello, a differenza di quello di cassazione, non è a critica vincolata, ed all’inammissibilità dell’impugnazione consegue la possibilità di proporre ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado. Per contro, una inammissibilità “sostanziale” e riferita all’intero ricorso per cassazione sarebbe destinata a chiudere il giudizio, e ciò conferma che non è ipotizzabile l’applicazione dell’art. 360 bis cod. proc. civ. alla stregua dell’art. 348 bis cod. proc. civ.. E’ stato inoltre già chiarito, poi, che la condizione di ammissibilità del ricorso, indicata nell’art. 360 bis n. 1 cod. proc. civ., introdotta dall’art. 47 della legge 69 del 2009, non è integrata dalla mera dichiarazione, espressa nel motivo, di porsi in contrasto con la giurisprudenza di legittimità, laddove non vengano individuate le decisioni e gli argomenti sui quali l’orientamento contestato si fonda (Sez. 6 – 3, n. 3142 del 2011).

  

Rimedi avverso il decreto di revoca dell’ammissione a gratuito patrocinio.

In tema di patrocinio a spese dello Stato, la Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affermato che, nel caso di decreto di revoca emesso su richiesta dell’amministrazione finanziaria, l’interessato, ove non intenda proporre opposizione ai sensi dell’art. 99, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, ha la facoltà di ricorrere direttamente per cassazione, ai sensi dell’art. 113 d.P.R. cit..

La decisione è la n. 11771 / 2017 (ud. 07/12/2016 – deposito del 10/03/2017).

Sul sito della Cassazione si trova la MOTIVAZIONE

Tempi duri per i bagarini: la Cassazione continua a ritenerli sanzionabili con il D.A.SPO.

La Sezione Terza della Corte di Cassazione ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata in relazione agli artt. 13 e 16 Cost., dell’art. 1-sexies d.l. 24 febbraio 2003, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2003 n. 88, nella parte in cui dispone che il divieto e le prescrizioni di cui all’art.6 della Legge 13 dicembre 1989 n.401, possono essere applicati nei confronti di colui che, non appartenente alle società appositamente incaricate, effettua nei luoghi in cui si svolge la manifestazione sportiva, vendita non autorizzata dei titoli di accesso .

Trattasi della sentenza  n. 13098 / 2017 (ud. 17/01/2017 – deposito del 17/03/2017). Sul sito della Corte si può leggere la MOTIVAZIONE.

Con riguardo  alla eccezione di incostituzionalità sollevata dai ricorrenti, osserva il Collegio che – ai sensi dell’art. 1, d.l. 17 agosto 2005, n. 162, convertito, con modificazioni, dalla I. 17 ottobre 2005, n. 210, che ha così introdotto l’art. 1-sexies, comma 1, nel d.l. 24 febbraio 2003, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla I. 24 aprile 2003, n. 88 – “Chiunque, non appartenente alle società appositamente incaricate, vende i titoli di accesso nei luoghi in cui si svolge la manifestazione sportiva o in quelli interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alla manifestazione medesima, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 10.000 euro. La sanzione può essere aumentata fino alla metà del massimo per il contravventore che ceda o metta in vendita i titoli di accesso a prezzo maggiorato rispetto a quello praticato dalla società appositamente incaricata per la commercializzazione dei tagliandi. Nei confronti del contravventore possono essere applicati il divieto e le prescrizioni di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401”. Tale norma costituisce una delle “Disposizioni urgenti per contrastare i fenomeni di violenza in occasione di competizioni sportive”, come indicato nella rubrica del decreto legge interpolato, e – unitamente alle altre – arricchisce il novero delle prescrizioni già in essere attraverso le quali il legislatore mira a prevenire (e, nel caso, sanzionare) altre situazioni potenzialmente pericolose per l’ordine pubblico, diverse ed ulteriori rispetto a quelle “tradizionali” di cui all’art. 6, I. 13 dicembre 1989, n. 401, istitutiva del “D.A.SPO.”; ecco, dunque, che sono state introdotte nuove prescrizioni in tema, tra l’altro, a) di arresto facoltativo, tali da ampliarne lo spettro di operatività (art. 1); b) di poteri, in capo al prefetto, quale quello di differire lo svolgimento di manifestazioni sportive, ovvero vietarle tout court, per urgenti e gravi necessità pubbliche alle stesse connesse (art. 1-ter); c) di numerazione dei titoli di accesso negli stadi, di tipologie dei varchi di ingresso, di barriere idonee a separare i tifosi delle squadre avversarie, di impianti di registrazione all’interno delle stesse strutture (1-quater); d) di accesso e permanenza delle persone e delle cose negli impianti medesimi, con violazione delle relative prescrizioni (1-septies).   Un complesso normativo, dunque, attraverso il quale l’ordinamento ha inteso ulteriormente tutelare il pacifico e corretto svolgimento delle manifestazioni sportive, questa volta intervenendo non più sulla sola figura del tifoso (o, comunque, del soggetto che, in tali occasioni, tenga una delle condotte analiticamente indicate nell’art. 6, I. n. 401 del 1989, tutte all’evidenza pericolose per l’ordine pubblico), ma su profili lato sensu organizzativi dei medesimi eventi, nei termini suddetti, tali comunque – e nello stesso modo – da incidere sulla regolare e sicura tenuta della manifestazione stessa; in questo senso, allora, ben risponde alla comune ratio anche una corretta “gestione” dei titolo di accesso agli impianti, che – ad esempio, ai sensi dell’art. 1-quater – debbono essere numerati nelle strutture di capienza superiore a 7.500 unità, in occasione di competizioni riguardanti il gioco del calcio. Ancora in tal senso, poi, e con riguardo alla questione in esame, risponde alla stessa logica il divieto di vendita dei biglietti da parte di soggetti non autorizzati dalle società sportive; ed invero, è proprio la lettura complessiva del d.l. n. 28 del 2003 che consente di comprendere in quale significativa misura le regolari modalità di vendita dei titoli rilevino sulla prevenzione di episodi violenti o, comunque, potenzialmente turbativi dell’ordine pubblico e della sicurezza; ciò, ad esempio, a) con riguardo alla necessità di tenere nettamente separati i tifosi delle due squadre avversarie (il “bagarino” – vendendo i biglietti a chiunque si presenti, senza distinzione di “colori” di appartenenza – vanifica del tutto la prescrizione di cui all’art. 1-quater, comma 4, a mente del quale “Gli impianti di cui al comma 1 devono essere dotati di mezzi di separazione che impediscano che i sostenitori delle due squadre vengano in contatto tra loro o possano invadere il campo”. Disposizione, quest’ultima, che inoltre partecipa della medesima ratio di quella di cui al comma 7-bis della stessa norma, in forza della quale “E’ fatto divieto alle società organizzatrici di competizioni nazionali riguardanti il gioco del calcio di porre in vendita o cedere, a qualsiasi titolo, direttamente od indirettamente, alla società sportiva cui appartiene la squadra ospitata, titoli di accesso agli impianti sportivi ove tali competizioni si disputano, riservati ai sostenitori della stessa”); oppure, ancora, b) quanto all’esigenza di evitare che un unico soggetto possa disporre di un numero elevato di biglietti (il medesimo “bagarino” vende “al miglior offerente”, non curandosi certo della prescrizione – di cui all’art. 1-quater, comma 7-bis – secondo cui “E’, altresì, fatto divieto di porre in vendita o cedere, a qualsiasi titolo, alla stessa persona fisica o giuridica titoli di accesso in numero superiore a quattro”). Le modalità di vendita dei titoli medesimi, quindi, ed un rigoroso controllo sulle stesse, come importante tassello di prevenzione contro la violenza in occasione delle competizioni sportive.

In tale contesto, allora, non stride affatto con gli artt. 13 e 16 Cost. – nei termini di cui alla doglianza – la previsione secondo cui chiunque viola la disposizione di cui all’art. 1-sexies, d.l. n. 28 del 2003 può esser sottoposto al divieto ed alle prescrizioni di cui all’art. 6, I. n. 401 del 1989 (divieto di accesso ed obbligo di presentazione); anche in questo caso, infatti, risultano realizzate condotte che ben possono costituire un pericolo per l’ordine pubblico, diretto od indiretto, nei termini anzidetti, tali comunque da meritare – senza alcun automatismo, e soltanto in forza di un provvedimento motivato che può esser sottoposto al vaglio del Giudice – l’imposizione di un provvedimento amministrativo e di una misura di prevenzione atipica che garantiscano che il soggetto non si troverà nelle zone adiacenti all’impianto sportivo, in occasione degli incontri. L’eccezione di incostituzionalità, pertanto, risulta manifestamente infondata.

Sanzioni sostitutive di pene detentive brevi: la richiesta va fatta necessariamente nell’atto di appello.

Le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno affermato che il giudice di secondo grado non può applicare le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi nel caso in cui nell’atto di appello non risulti formulata alcuna specifica richiesta al riguardo.

Trattasi della sentenza  n. 12872 / 2017 (ud. 19/01/2017 – deposito del 17/03/2017). Sul sito della Corte si può leggere la MOTIVAZIONE (cliccare su MOTIVAZIONE).

La Terza Sezione penale, con ordinanza in data 8-23 novembre 2016, aveva rimesso il ricorso alle Sezioni Unite, registrandosi nella giurisprudenza di legittimità orientamenti contrapposti circa l’applicabilità da parte del giudice di secondo grado delle sanzioni sostitutive allorché con l’atto di appello non sia stata devoluta la relativa questione, ma sia stato rimesso il punto relativo al trattamento sanzionatorio, come avvenuto nella specie. Con decreto del 24 novembre 2016 il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite. In data 14 dicembre 2016 il Procuratore generale ha depositato memoria con la quale ha sostenuto la tesi che il giudice di appello possa sostituire la pena detentiva con quella pecuniaria corrispondente purché sia stato devoluto il punto relativo al trattamento sanzionatorio.

La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è la seguente: “Se il giudice di secondo grado possa applicare le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi nel caso in cui nell’atto di appello non risulti formulata alcuna specifica richiesta con riguardo a tale punto”.

Le Sezioni Unite danno una risposta negativa a tale quesito sulla scorta dell’orientamento predominante in giurisprudenza.

Per le Sezioni Unite in primo luogo da escludere che l’art. 597, comma 5, cod. proc. pen. attribuisca al giudice di appello il potere di applicare di ufficio anche le sanzioni sostitutive qualificate come una sorta di minus rispetto alla sospensione condizionale della pena, alla non menzione della condanna, al riconoscimento di circostanze attenuanti e alla correlata formulazione del giudizio di comparazione, di cui è consentita l’applicazione ex officio. La norma citata è di stretta interpretazione costituendo un’eccezione alla regola generale dell’effetto devolutivo fissata dal comma 1 dell’art. 597 cod. proc. pen., secondo il quale «l’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti». Eccezione per sua natura inapplicabile oltre i casi in essa considerati, ai sensi dell’art. 14 delle Preleggi.

Neppure varrebbe invocare, osserva la Corte,  la portata generale dell’art. 58 della legge n. 689 del 1981, che attribuisce al giudice il potere discrezionale di sostituire la pena detentiva, per pretendere di trarvi la conseguenza che lo stesso potere sia esercitabile anche dal giudice di secondo grado, ostandovi il dato testuale secondo cui quel potere va esercitato «nei limiti fissati dalla legge», il che significa non solo che esso non è esercitabile ex officio in ogni stato e grado, ma anche che incontra un limite nel rispetto dell’ambito della cognizione del giudice di appello segnato dall’effetto devolutivo.

L’evoluzione dell’orientamento minoritario verso la prospettazione della possibilità di ritenere le questioni inerenti all’applicazione delle sanzioni sostitutive incluse nel punto della decisione relativo al trattamento sanzionatorio non è sostenibile. In buona sostanza secondo l’orientamento minoritario, in caso di devoluzione del trattamento sanzionatorio al giudice di appello, questi potrebbe anche, senza violare i vincoli dell’effetto devolutivo, applicare le sanzioni sostitutive, mera variante qualitativa delle pene detentive brevi, ontologicamente prive di specificità ed autonomia. Secondo le Sezioni Unite la valutazione di tale prospettazione deve passare attraverso il richiamo sia alla natura di tali sanzioni, sia al principio di recente scolpito dalle Sezioni Unite (Sez. U, n. 8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli) secondo cui l’appello (come il ricorso per cassazione) è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultino esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici mossi alle ragioni di fatto e di diritto alla base della sentenza impugnata. Secondo le Sezioni Unite merita in primo luogo piena condivisione la tesi della natura di vera e propria pena autonoma delle sanzioni sostitutive, piuttosto che di semplice modalità esecutiva della pena sostituita, sostenuta già in tempi risalenti dalle Sezioni Unite sul rilievo del carattere afflittivo delle prime, della loro convertibilità – in caso di revoca – nella pena sostituita residua, dello stretto collegamento con la fattispecie penale cui conseguono, con la rilevante conseguenza, nel caso allora esaminato, del riconoscimento della natura sostanziale delle disposizioni che le contemplano, soggette, in caso di successione di leggi nel tempo, alla disciplina di cui all’art. 2, terzo comma, cod. pen., che prescrive l’applicazione della norma più favorevole per l’imputato (Sez. U, n. 11397 del 25/10/1995, Siciliano, Rv. 202870).

Questi sono i capisaldi della decisione che sicuramente lascerà strascichi nella giurisprudenza di merito.

L’informazione alla persona offesa in tema di richieste de libertate

E’ stata pubblicata sul sito della Cassazione la Relazione n. 05/17 Roma dell’ 08 febbraio 2017 intitolata “Relazione di orientamento – Omessa notifica alla persona offesa delle richieste de libertate: le prime pronunce della Corte di Cassazione”.

La relazione da conto delle pronunce intervenute in tema  di oneri informativi introdotti da recenti interventi normativi a favore delle persone offese in occasione del sub-procedimento di revoca o sostituzione delle misure cautelari coercitive.

Ecco il testo della relazione

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Il ricorso per cassazione “ridondante” è inammissibile

La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha affermato che assume carattere di genericità del ricorso per cassazione la sua articolazione in un numero abnorme di motivi (nella specie settantanove) concernenti gli stessi capi d’imputazione e i medesimi punti e questioni oggetto della decisione, così da rendere confusa l’esposizione delle doglianze e difficoltosa l’individuazione delle questioni sottoposte al vaglio della Corte.Trattasi della Sentenza n. 10539/2017 ( ud. 10/02/2017 – deposito del 03/03/2017).Nel caso di specie il ricorrente aveva articolato ben 79 motivi di ricorso e le difese delle parti civili avevano eccepito che trattavasi della medesime censure svolte in secondo grado e che quindi il ricorso andava dichiarato inammissibile. La Corte accoglie l’eccezione rilevando che la specificità dei motivi si caratterizza per il fatto che deve essere chiara la critica che si vuole svolgere alla sentenza gravata, cosa che non si riscontra laddove si ripetano gli stessi motivi esposti nel secondo grado sia pure con sfumature diverse.

L’inammisibilita deriva altresì, afferma la Corte, anche dall’uso di argomenti ridondanti, con esposizione eccessivamente prolissa e tale da non rendere chiaro il fine dell’atto rendendo difficile individuare le critiche al provvedimento impugnato che si vogliono portare all’attenzione della Corte.