Procedimento di sorveglianza e legittimo impedimento del difensore 

MAGISTRATURA DI SORVEGLIANZA – PROCEDIMENTO – UDIENZA – RINVIO –LEGITTIMO IMPEDIMENTO DEL DIFENSORE PER RAGIONI DI SALUTE – NECESSITÀ – SUSSISTENZA.

La Prima Sezione penale della Corte di cassazione ha affermato che, nel procedimento di sorveglianza, il legittimo impedimento del difensore per ragioni di salute, adeguatamente provato e tempestivamente comunicato, costituisce causa di rinvio dell’udienza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 127 cod. proc. pen.

È la Sentenza n. 27074 ud. 03/05/2017 – deposito del 30/05/2017. Qui la MOTIVAZIONE

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Archiviazione per tenuità del fatto e ricorribilita’ in Cassazione

 

Con Sentenza n. 30685/2017 ( ud. 26/01/2017 – deposito del 20/06/2017) la Terza Sezione della Cassazione ha affermato che il provvedimento di archiviazione per particolare tenuità del fatto non è ricorribile per cassazione, ad esclusione delle ipotesi previste nel comma 6, dell’art. 409 cod. proc. pen..

Per la Corte le possibili soluzioni al problema ordinamentale della non impugnabilità dell’archiviazione, legislativamente e chiaramente prevista, per particolare tenuità del fatto sono due: la questione di costituzionalità dell’art. 469, cod. proc. pen. nella parte in cui non consente l’impugnazione, poiché lo stesso per la sua chiarezza non risulta oggetto di un’interpretazione costituzionalmente orientata (del resto l’art. 131 bis cod. pen. è stato introdotto successivamente alla scrittura dell’art. 469 cod. proc. pen., ed il legislatore non ha previsto un’integrazione dello stesso, per ritenere impugnabile l’archiviazione ex art. 131 bis cod. pen.); l’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 3, comma 1, lettera F) del d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313: “Provvedimenti iscrivibili. Nel casellario giudiziale si iscrivono per estratto: … f) i provvedimenti giudiziari definitivi che hanno prosciolto l’imputato o dichiarato non luogo a procedere per difetto di imputabilità, o disposto una misura di sicurezza, nonché quelli che hanno dichiarato la non punibilità ai sensi dell’art. 131 – bis del codice penale”. Per l’iscrizione nel casellario giudiziale la norma prevede che il provvedimento sia definitivo; infatti tutti i provvedimenti iscrivibili sono tali solo se definitivi, ovvero non impugnati o altrimenti definitivi (per rigetto dell’impugnazione). Il decreto di archiviazione, come sopra visto, non risulta impugnabile, e quindi lo stesso per la sua natura di provvedimento sempre provvisorio, per la possibilità di riapertura delle indagini (art. 414 cod. proc. pen.), non può ritenersi definitivo. Conseguentemente il provvedimento di archiviazione non deve essere iscritto nel casellario giudiziario perché provvedimento non definitivo. L’efficacia preclusiva dell’archiviazione, infatti, nell’interpretazione data dalla Corte Costituzionale – Corte cost., 19 gennaio 1995 n. 27 – è limitata, e relativa – solo – allo stesso ufficio del P.M. che ha chiesto l’archiviazione: “Una volta disposta, al di fuori dei casi indicati nell’art. 345 cod. proc. pen., l’archiviazione di una notizia di reato, non è consentito al P.M. chiedere e al g.i.p. valutare, accogliendola o rigettandola – senza il preventivo provvedimento di autorizzazione alla riapertura delle indagini previsto dall’art. 414 stesso codice – l’applicazione di misura cautelare o l’emissione di altro provvedimento che implichi l’attualità di un procedimento investigativo nei confronti della stessa persona e per lo stesso fatto, si fondi la relativa richiesta su una semplice rilettura di elementi già presenti negli atti archiviati o su elementi acquisiti, anche occasionalmente, dopo l’archiviazione. E invero il decreto di archiviazione, pur non essendo munito dell’autorità della “res judicata”, è connotato da un’efficacia preclusiva, quantunque limitata, operante sia con riferimento al momento dichiarativo della carenza di elementi idonei a giustificare il proseguimento delle indagini, sia riguardo al momento della loro riapertura, condizionata dal presupposto dell’esigenza di nuove investigazioni, che rappresenta per il giudice parametro di valutazione da osservare nella motivazione della decisione di cui all’art. 414 cod. proc. pen. (Nell’enunciare tale principio, la S.C. ha precisato che nella nozione di “stesso fatto” sono comprese sia le componenti oggettive dell’addebito – condotta, evento, rapporto di causalità – sia gli aspetti esterni al fatto di reato, da identificare nell’autorità che procede o procedette all’investigazione, in quanto l’effetto preclusivo discendente dall’archiviazione condiziona solo la condotta dell’ufficio inquirente che chiese e ottenne il relativo provvedimento)”. (Sez. U, n. 9 del 22/03/2000 – dep. 01/06/2000, Finocchiaro, Rv. 21600401; vedi anche Sez. 2, n. 36842 del 06/07/2004 – dep. 17/09/2004, Nocito ed altri, Rv. 22972901 e Sez. 5, n. 45725 del 22/09/2005 – dep. 16/12/2005, Capacchione, Rv. 23320901: “Il decreto di archiviazione ha efficacia (limitatamente) preclusiva solo nei confronti dell’autorità giudiziaria che ha provveduto all’archiviazione. Invero, l’autorizzazione alla riapertura delle indagini, rimuovendo gli effetti della precedente valutazione di infondatezza della notizia di reato e quindi ponendosi giuridicamente come atto equipollente alla revoca, non può che provenire dallo stesso giudice che ha emesso il provvedimento di archiviazione ed inerire ad un sindacato sul potere di esercizio dell’azione penale di cui è titolare il pubblico ministero presso quell’ufficio giudiziario, sicché nessun ostacolo incontra l’autorità giudiziaria di altra sede a compiere accertamenti su fatti oggetto del provvedimento di archiviazione”). L’interpretazione suddetta trova ampia conferma nella disposizione dell’art. 651 bis, cod. proc. pen. che prevede l’efficacia di giudicato della sentenza di proscioglimento per particolare tenuità del fatto nel giudizio civile o amministrativo di danno, ma non anche dell’archiviazione.

Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Il provvedimento di archiviazione per particolare tenuità del fatto non è ricorribile per Cassazione, ad esclusione delle ipotesi previste nel comma 6, dell’art. 409 cod. proc. pen. (casi di nullità previsti dall’art. 127, comma 5, cod. proc. pen.) sia perché espressamente previsto dall’art. 409, comma 6, cod. proc. pen., e sia perché il provvedimento di archiviazione non risulta iscrivibile nel casellario giudiziale, trattandosi di provvedimento non definitivo, e pertanto viene a mancare l’interesse ad impugnare, non risultando il provvedimento lesivo di alcun interesse dell’indagato”. 

Così ricostruito il sistema normativo, della particolare tenuità del fatto, le norme che non prevedono l’impugnazione del provvedimento di archiviazione o la rinuncia (non ammessa) da parte dell’indagato all’archiviazione per l’art. 131 bis cod. pen. risultano conformi a Costituzione, perché nessun effetto pregiudizievole (quale potrebbe essere l’iscrizione nel casellario) risulta dall’archiviazione.

 

 

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Ancora sull’assegno divorzile

 

La Prima Sezione civile della Cassazione ha ritenuto che il giudice richiesto della revisione dell’assegno divorzile che incida sulla stessa spettanza del relativo diritto (precedentemente riconosciuto), in ragione della sopravvenienza di giustificati motivi dopo la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio», deve verificare se i sopravvenuti motivi dedotti giustifichino effettivamente, o meno, la negazione del diritto all’assegno a causa della sopraggiunta “indipendenza o autosufficienza economica” dell’ex coniuge beneficiario, desunta dagli indici individuati con la sentenza di questa Corte n. 11504 del 2017; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dall’ex coniuge obbligato, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’ex coniuge beneficiario.È la sentenza n 15481 del 22.6.2017. Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte.

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Risarcimento del danno e compensazione con i vantaggi indiretti della vittima: quattro ordinanze della Cassazione

Il 22 giugno 2017 sono state pubblicate quattro ordinanze interlocutorie della Terza Sezione Civile in tema di risarcimento del danno. Le citate ordinanze sollecitano un intervento delle Sezioni Unite in tema di rapporto tra la liquidazione del danno e la valutazione degli eventuali vantaggi ottenuti dalla vittima.

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Attribuzione patrimoniale gratuita nulla se il bene è sottoposto a vincolo perpetuo di destinazione

L’attribuzione patrimoniale gratuita (nella specie, sotto forma di legato) di un bene sottoposto ad un vincolo perpetuo di destinazione, imposto dal disponente con clausola modale, è nulla per violazione dell’art. 1379 c.c., risultando incisivamente compromesso il diritto di proprietà dell’onerato, i cui poteri dispositivi sul bene – destinato a circolare, pena inadempimento, col medesimo vincolo – risultano sostanzialmente sterilizzati “sine die”.

Questo è il principio fissato dalla Cassazione Civile Sezione II con sentenza n 15240 del 20.6.2017.

Link per la motivazione

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Contratti bancari: la nuova CMS andrà al vaglio delle Sezioni Unite


Con ordinanza interlocutoria n 15188 del 20 giugno 2017 la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, la questione, oggetto di contrasto oltre che ritenuta di massima di particolare importanza, se la nuova disciplina in tema di commissione di massimo scoperto introdotta dall’art. 2-bis della l. n. 2 del 2009 abbia natura di interpretazione autentica della normativa in materia di usura, ovvero presenti carattere innovativo, essendo tesa a stabilire, solo per i rapporti sorti dopo l’entrata in vigore della detta legge, il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari, ai sensi dell’art. 644, comma 3, c.p., con la conseguenza che, in riferimento ai rapporti precedenti, la determinazione del tasso effettivo globale, ai fini della valutazione del carattere usurario degli interessi applicati, deve aver luogo senza tener conto della commissione di massimo scoperto.

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Furto su beni appartenenti alla massa fallimentare

Ai fini della procedibilità per il reato di furto commesso su beni facenti parte della massa fallimentare di una società di capitali dichiarata fallita, è legittimato a proporre querela non solo il curatore ma anche l’amministratore della persona giuridica che, seppure privata della disponibilità dei beni, ne mantiene la proprietà e il possesso.

Detto principio é stato fissato dalla Corte di Cassazione Quinta Sezione Penale con sentenza n. 28746/2017 (ud. 04/05/2017 – deposito del 09/06/2017 ).

Clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Corte

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Avviso di incarico al perito e nullità 

La Terza Sezione ha affermato che l’omesso avviso al difensore del ricorrente del conferimento dell’incarico peritale disposto dal giudice dell’esecuzione integra una nullità assoluta per violazione dell’artt. 178 lett. c) e 179 cod. proc. pen., in quanto incide sul diritto delle parti al contraddittorio nell’assunzione delle prove.

È la sentenza n. 30167 (ud. 09/05/2017 – deposito del 15/06/2017): clicca qui per leggere la motivazione sul sito della Cassazione

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