Abbandono di rifiuti e associazione sportiva dilettantistica.


La Terza Sezione penale della Corte di Cassazione con sentenza n. 20237/2017 pubblicata il 27.4.2017  ha affermato che sussiste il reato di cui all’art. 256, comma 2, D.Lgs. n. 152 del 2006 a carico del rappresentante di un’associazione sportiva dilettantistica (nella specie di tiro a volo) per l’abbandono di rifiuti derivanti da tale attività, rientrando anche tali associazioni senza scopo di lucro nella nozione di enti ai quali fa riferimento la disposizione citata.

Sul sito della Corte si può leggere la MOTIVAZIONE (clicca qui per aprirla)

Firme delle parti e forma scritta del contratto di investimento.


La Prima Sezione Civile della Cassazione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, relativa al se, ai sensi dell’art. 23 del d.lgs. n. 58 del 1998, il requisito della forma scritta del contratto di investimento esiga, accanto a quella dell’investitore, anche la sottoscrizione “ad substantiam” dell’intermediario.

(altro…)

Beni archeologici e presunzione di appartenenza al patrimonio indisponibile dello Stato.

La Suprema Corte ha stabilito che i beni archeologici presenti in Italia si presumono, salva prova contraria gravante sul privato che ne rivendichi la proprietà, provenienti dal sottosuolo o dai fondali marini italiani ed appartengono, pertanto, al patrimonio indisponibile dello Stato.

È la sentenza n. 10303 del 26 aprile 2017 della Secomda Sezione Civile (clicca qui per la MOTIVAZIONE sul sito della Corte).

La legislazione di tutela dei beni archeologici è informata al presupposto fondamentale, in considerazione dell’importanza che essi rivestono anche alla luce della tutela costituzionale del patrimonio storico-artistico garantita dall’art. 9 Cost., dell’appartenenza allo Stato dei beni rinvenuti. La Corte (Cass., Sez. I, 10 febbraio 2006, n. 2995) ha già statuito che, nelle azioni giudiziali di revindica, lo Stato può avvalersi di una presunzione di proprietà statale dei beni archeologici: presunzione determinata, oltre che da un id quod plerumque accidit di fatto, anche da una normalità normativa.  Su questa base, correttamente la Corte d’appello ha statuito che, attesa la natura e le caratteristiche degli oggetti in questione, spettava al privato attore in rivendicazione la prova di fatti che potessero escludere, fin dall’inizio, la riconducibilità di tali beni al patrimonio in- disponibile dello Stato, e quindi la circostanza che essi fossero stati ritrovati in aree non appartenenti allo Stato italiano. Infatti, poiché l’art. 91 del codice dei beni culturali, approvato con il d.lgs. n. 42 del 2004, prevede che le cose indicate nell’art. 10 dello stesso codice, ossia i beni archeologici, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo o sui fondali marini, appartengono allo Stato, se ne deve trarre che la presenza in Italia di un bene archeologico costituisce prova logica della provenienza dal sottosuolo o dai fondali marini italiani; salva, naturalmente, la prova contraria, di cui è onerato il privato che intenda far valere il contrario. 

Nel caso di specie il ricorrente sosteneva che nel corso del giudizio non sono stati provati né la provenienza dei beni da aree site nel territorio italiano, né il carattere archeologico dei beni: da ciò discenderebbe non solo l’inapplicabilità dell’art. 91, primo comma, del d.lgs. n. 42 del 2004, ma anche l’inoperatività della presunzione relativa di appartenenza di questi ultimi allo Stato, con la conseguenza che non gravava in capo all’attore privato cittadino l’onere di fornire la  prova dei fatti escludenti il diritto di proprietà dei reperti in capo allo Stato. Ad avviso del ricorrente, gravava sull’Amministrazione l’onere di provare la sussistenza dei presupposti applicativi della norma, onere non assolto dall’Amministrazione in relazione a nessuno dei due presupposti. Anche a ritenere che si rientri nel campo della presunzione legale, questa sarebbe stata superata dal ricorrente con la di- mostrazione di un titolo di proprietà a titolo originario, rappresentato dalla usucapione dei reperti per possesso per oltre cinquant’anni. La Corte ha ritenuto il motivo infondato. Il ritrovamento o la scoperta dei beni in questione in data anteriore all’entrata in vigore della legge 20 giugno 1909, n. 364, sulla inalienabilità delle antichità e delle belle arti, costituente ipotesi di legittimo possesso da parte dei privati, doveva essere provato, in quanto circostanza eccezionale, dall’attore; e tale dimostrazione, secondo il motivato apprezzamento del giudice del merito, non è stata data. Né rileva la circostanza che gli oggetti in questione si trovassero nell’abitazione dell’attore da oltre cinquant’anni. Infatti, l’appartenenza dei beni al patrimonio indisponibile dello Stato si estrinseca nell’impossibilità di sottrarli all’uso e alla pubblica funzione cui sono destinati e ciò impedisce la maturazione di un possesso utile ad usucapionem. 

Tardività della contestazione: natura sostanziale o procedurale del vizio del licenziamento?

La Sezione Lavoro della Cassazione ha trasmesso gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della questione, ritenuta di massima di particolare importanza, relativa alla natura procedurale o sostanziale del vizio del licenziamento in caso di tardività della contestazione, ai fini del regime sanzionatorio applicabile ex art. 18 della l. n. 300 del 1970, come innovato dalla l. n. 92 del 2012.

(altro…)

Decreto legge 24 aprile 2017 n. 50: tre novità per gli avvocati.

 

Ieri 24 aprile 2017 é stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il Decreto Legge 24 aprile 2017 n. 50 recante “Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo”.

Tre  sono le novità per gli avvocati.

L’Art. 1 ha esteso anche ai liberi professionisti il meccanismo dello split payment: in buona sostanza quando si emetterà una fattura a una pubblica amministrazione o a società partecipate da enti pubblici oppure a società quotate inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa Italiana il committente non pagherà l’IVA  all’avvocato, ma la verserà direttamente lui allo Stato. La norma vale per le fatture emesse dall’1 luglio 2017 in poi. E’ previsto un decreto ministeriale attuativo della norma che verrà emanato entro trenta giorni.

L’art. 22, comma 4, ha parzialmente rivisto la norma (art. 5, comma 5, D.L. 78/2010) che prevedeva che per gli avvocati che fossero titolari di cariche elettive, lo svolgimento di incarichi professionali presso altre pubbliche amministrazioni non potesse essere retribuito: la norma introdotta dal decreto legge 50/2017 prevede che non rientrano nella previsione dell’art 5, comma 5, gli incarichi professionali conferiti ai titolari di cariche elettive presso Regioni e Comuni purché la P.A. committente operi in un ambito territoriale diverso da quello in cui si trova l’ente presso cui il professionista ricopra la carica elettiva. In caso di carica elettiva comunale l’Ente conferente deve trovarsi nell’ambito di una provincia diversa rispetto a quella in cui si trova il Comune in cui si ricopre la carica.

L’art 11 prevede norme per la definizione agevolata del contenzioso tributario.

Clicca sotto per scaricare il decreto legge

D L 24 aprile 2017 n. 50