Configurabilità del silenzio-assenso sulla richiesta di assegnazione di una rivendita di generi di monopolio

DAL SITO DELLA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA

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Cons. St., sez. II, 12 marzo 2020, n. 1788 – Pres. Greco, Est. Lotti

Silenzio della P.A. – Silenzio assenso – Rivendita generi monopolio – Richiesta di assegnazione – Silenzio assenso – Inconfigurabilità.
 
          Non è configurabile la formazione del silenzio-assenso ex art. 20, l. 7 agosto 1990, n. 241 su una richiesta di assegnazione di una rivendita di generi di monopolio (1).
 
(1) Ha chiarito la Sezione che il procedimento di cui all’art. 20, l. 7 agosto 1990, n. 241, circa la formazione di un titolo abilitativo attraverso il meccanismo del silenzio-assenso, non è configurabile allorché l’amministrazione deve rilasciare una vera e propria concessione amministrativa. In tali ipotesi rientra quella dell’autorizzazione alla vendita di generi di monopolio, la quale, alla stregua della disciplina riveniente dall’art. 19, l. 22 dicembre 1957, n. 1293, effettuata nella forma della rivendita ordinaria o speciale, è soggetta a regime di vera e propria concessione amministrativa, atteso che si riferisce ad un’attività ancora oggetto di monopolio statale.
Ed invero, la l. 22 dicembre 1957, n. 1293, all’art. 19, dopo avere distinto le rivendite di generi di monopolio in rivendite ordinarie e rivendite speciali ed avere altresì stabilito che queste ultime sono anch’esse affidate, in genere, a privati, a trattativa privata, per la durata non superiore ad un novennio, prevede che: “Nei casi di rinnovo delle concessioni di cui al precedente comma, il concessionario è tenuto a corrispondere all’Amministrazione (…)”, con ciò stesso attribuendo al provvedimento di assegnazione della rivendita la qualifica espressa di “concessione” e qualificando espressamente come “concessionario” il suo titolare.
Del resto, la lettura dell’intera l. n. 1293 del 1957 porta alla conclusione che l’attività di rivendita di generi di monopolio, effettuata nella forma della rivendita ordinaria o speciale, è attività soggetta a regime di vera e propria concessione amministrativa, visto che si riferisce ad un’attività ancora oggetto di monopolio statale.
Ciò premesso, deve rilevarsi inequivocabilmente che il procedimento di cui all’art. 20, l. n. 241 del 1990 circa la formazione di un titolo abilitativo attraverso il meccanismo del silenzio assenso non è configurabile allorché l’Amministrazione deve rilasciare una vera e propria concessione amministrativa.

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The climate risk for finance in Italy

Ecco il tema affrontato da un recente studio della Banca d’Italia inserito nel febbraio 2020 nella collana Questioni di economia e finanza ed  intitolato The climate risk for finance in Italy a cura di Ivan Faiella e Danila Malvolti.

La crescente attenzione prestata alle possibili conseguenze dei cambiamenti climatici per il settore finanziario ha rafforzato la cooperazione internazionale in materia di finanza verde, con iniziative sia dell’industria che delle istituzioni. I sondaggi internazionali lo dimostrano: finora non vi è stata una crescita adeguata nella consapevolezza dei rischi legati ai cambiamenti climatici e alle opportunità legate alla transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio.  La divulgazione del rischio finanziario correlato al clima (CRFR) in Italia ha confermato le stesse conclusioni. Lo studio pertanto identifica tre passaggi con l’obiettivo di incoraggiare la finanza gli enti che tengono conto del CRFR nelle loro strategie di gestione dei rischi aziendali: 1) creare un centro informazioni per raccogliere le informazioni necessarie per valutare il CRFR; 2) compilare un elenco delle informazioni non ancora disponibili; 3) definire metodologie standard che consentire agli scenari climatici di far parte dei processi decisionali finanziari istituzioni.

Il lavoro é consultabile a questo link

oppure qui sotto

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La violazione del diritto di espatrio: interessante sentenza della CEDU

Nella sentenza del 17.12.2019 resa nel Ricorso n. 68957/16 (C. TORRESI contro l’Italia) la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha esaminato il caso di un uomo che si era separato ed a cui era stato limitato il diritto di espatrio in Cina sotto forma di mancato rilascio del passaporto per mancanza del consenso della moglie.

Il ricorrente era divenuto padre di due bambine con una signora cinese con cui si era sposato in Italia ed alla sua richiesta di passaporto per andare in Cina per lavoro la moglie si era opposta sostenendo che egli non adempiva alle obbligazioni alimentari verso le figlie e che in Cina aveva altra relazione sentimentale.

Il caso fu esaminato dal Giudice tutelare e poi dal tribunale dei minorenni che entrambi diedero ragione alla moglie, con cui nel frattempo si giunse alla separazione.

La Corte nell’esame del ricorso tratta tre aspetti premettendo che l’articolo 2 § 2 del Protocollo n. 4 alla Convenzione garantisce ad ogni persona il diritto di lasciare qualsiasi paese per recarsi in qualsiasi altro paese di sua scelta in cui possa essere ammessa. Nel caso in questione, il rifiuto di rilasciare un passaporto al ricorrente costituisce una violazione di tale diritto (Baumann c. Francia, n. 33592/96, §§ 62-63 CEDU 2001 V (estratti), Napijalo c. Croazia, n. 66485/01, §§ 69-73, 13 novembre 2003, e Nalbantski c. Bulgaria, n. 30943/04, § 61, 10 febbraio 2011). Pertanto, è opportuno per la Corte stabilire se questa violazione fosse «prevista dalla legge», perseguisse uno o più degli scopi legittimi definiti dall’articolo 2 § 3 del Protocollo n. 4 alla Convenzione e se fosse «necessaria in una società democratica» per il raggiungimento di questo o questi scopi.

Sotto il primo profilo la Corte rammenta che l’ingerenza si basava sull’articolo 3, lettera b), della legge n. 1185 del 21 novembre 1967, come modificata dall’articolo 24, comma 1 della legge n. 3 del 16 gennaio 2003, tenuto conto del fatto che il ricorrente non pagava per intero l’assegno alimentare che era tenuto a versare in favore delle figlie.

Sotto il secondo profilo la Corte ritiene anche che il provvedimento fosse volto a salvaguardare gli interessi delle figlie del ricorrente e perseguisse un obiettivo legittimo di tutela dei diritti altrui, ossia il diritto dei figli a ricevere un assegno alimentare.

Sotto il terzo profilo la Corte ritiene che, nel caso di specie, le autorità giudiziarie interne abbiano riesaminato più volte la situazione personale dell’interessato e la sua capacità di pagare le somme dovute, tenendo conto di tutte le informazioni pertinenti per assicurarsi che la restrizione temporanea della libertà di circolazione del ricorrente fosse giustificata e proporzionata rispetto alle circostanze del caso di specie. Esse hanno adempiuto al loro dovere di riesaminare regolarmente la misura contestata, fatto che, a parere della Corte, priva la misura di qualsiasi automaticità. L’espatrio in Cina avrebbe reso più difficile il recupero delle somme dovute dal padre per obbligazioni alimentari che il ricorrente non onorava regolarmente.

Per tali motivi il ricorso è stato respinto.

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Italia condannata per non aver recuperato aiuti di Stato

L’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia U.E. a sanzioni pecuniarie per non aver recuperato aiuti illegittimamente concessi al settore alberghiero in Sardegna.

Tale Stato membro dovrà, quindi, versare al bilancio dell’Unione una somma forfettaria pari a EUR 7 500 000 nonché, a partire dalla data sentenza, una penalità pari a EUR 80 000 per ogni giorno di ritardo.

Lo ha stabilito la sentenza n. 29/2020 del 12.3.2020 nella causa 576/18 Commissione c/ Italia.

Per approfondire:

link per leggere il comunicato stampa in cui si riassumono i termini della vicenda

link per leggere la sentenza

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Cancellazione aerea e diritti del passeggero

Un passeggero aereo che ha ricevuto una compensazione pecuniaria per la cancellazione di un volo e ha accettato di imbarcarsi su un altro volo ha anche diritto a una compensazione pecuniaria per il ritardo di tale volo alternativo.

Lo ha stabilito la Coerte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza Nº 31/2020 : 12 marzo 2020

Ecco il link al comunicato stampa che spiega il caso deciso.

Comunicato per sentenza della Corte di giustizia nella causa C-832/18 Finnair

E sotto il link per leggere la sentenza in italiano

sentenza 31/2020 del 12.3.2020

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Legittimazione a chiedere il rilascio del titolo edilizio da parte del comproprietario

Dal sito della giustizia amministrativa www.giustizia-amministrativa.it

 

 

Edilizia – Permesso di costruire – Istanza di rilascio – Comproprietario – Comunione legale –  Condizione.

Se è vero che il soggetto legittimato alla richiesta del titolo abilitativo deve essere colui che abbia la totale disponibilità del bene (pertanto l’intera proprietà dello stesso e non solo una parte o quota di esso), non potendo riconoscersi legittimazione al semplice proprietario pro quota ovvero al comproprietario di un immobile, e ciò per l’evidente ragione che diversamente considerando il contegno tenuto da quest’ultimo potrebbe pregiudicare i diritti e gli interessi qualificati dei soggetti con cui condivida la propria posizione giuridica sul bene oggetto di provvedimento, tuttavia tali principi non sono applicabili per gli immobili che ricadono in comunione legale tra i coniugi (1).

(1) In materia edilizia, se è vero che il soggetto legittimato alla richiesta del titolo abilitativo deve essere colui che abbia la totale disponibilità del bene (pertanto l’intera proprietà dello stesso e non solo una parte o quota di esso), non potendo riconoscersi legittimazione al semplice proprietario pro quota ovvero al comproprietario di un immobile, e ciò per l’evidente ragione che diversamente considerando il contegno tenuto da quest’ultimo potrebbe pregiudicare i diritti e gli interessi qualificati dei soggetti con cui condivida la propria posizione giuridica sul bene oggetto di provvedimento, tuttavia tali principi non sono applicabili per gli immobili che ricadono in comunione legale tra i coniugi. Quest’ultima, infatti, non è una comproprietà in cui ciascun compartecipante è titolare di una quota pari ad 1/2 del bene. Si tratta, invece, di un istituto particolare (cosiddetto di tipo “germanico”) senza quote. In sostanza, si può solo dire che tutti i soggetti sono comproprietari dell’intero bene. Pertanto, ciascun coniuge deve ritenersi legittimato a presentare anche uti singuli l’istanza ad aedificandum, avendo la stessa, peraltro, effetti favorevoli anche nei confronti del coniuge rimasto inerte.

La l. 23 dicembre 1996, n. 662 (art. 2, comma 37) ha introdotto, tra le cause di improcedibilità e diniego delle domande di condono edilizio ex l. 23 dicembre 1994, n. 724, il tardivo deposito dell’integrazione documentale oltre novanta giorni dalla espressa richiesta notificata dal Comune (art. 39, comma 4, l. n. 724 del 1994), termine ritenuto perentorio (Cass. pen., sez. III, 29 maggio 2019, n. 30561; id., 25 novembre 2008, n. 3583; id., 11 luglio 2000, n. 10969; Tar Toscana, sez. III, 16 gennaio 2014, n. 75; Tar Sardegna 29 agosto 2003, n. 1043), la cui scadenza produce quindi l’effetto di rendere definitivamente improcedibile la domanda di sanatoria. Inoltre, tale disciplina è applicabile anche alle domande di condono precedentemente presentate ai sensi della l. 28 febbraio 1985, n. 47, per le quali non fosse maturato il silenzio-assenso a causa della carenza di integrazioni documentali necessarie, come previsto dall’art. 49, comma 7, l. 27 dicembre 1997, n. 449 (Tar Napoli, sez. IV, 25 febbraio 2016, n. 1032).  Tuttavia, l’improcedibilità della domanda deve essere oggetto di una statuizione espressa del Comune, con la conseguenza che finché questa non sopravviene la documentazione tardivamente prodotta dall’istante è sempre esaminabile e suscettibile di portare a determinazioni diverse; ciò in quanto la norma non è strutturata in modo da configurare una sorta di ipotesi di silenzio-rigetto né una consumazione del potere dell’amministrazione comunale.

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Termine entro il quale va riattivata l’attività notificatoria ove la prima notificazione, proposta correttamente nel termine decadenziale, non sia andata a buon fine per causa non imputabile al notificante stesso

DAL SITO DELLA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA

 

 

Processo amministrativo – Appello – Notifica del ricorso – Non andata a buon fine per causa non imputabile al notificante – Nuova notifica – Possibilità – Condizione.

   In sede di ricorso giurisdizionale, ove la prima notificazione, proposta correttamente nel termine decadenziale,  non sia andata a buon fine per causa non imputabile al notificante stesso, la successiva rinotificazione retroagisce  e impedisce ogni decadenza se il notificante ha riattivato l’attività notificatoria entro un termine ragionevole da individuarsi nella metà del termine concesso dall’art. 92, comma 1,  c.p.a. per la proposizione dell’ impugnazione; termine entro il quale l’appellante notificante deve riattivare l’attività notificatoria ove la prima notificazione, proposta correttamente nel termine decadenziale,  non sia andata a buon fine per causa non imputabile al notificante stesso ( nella specie per irreperibilità del destinatario) (1).

 

 

(1) La Sezione si è conformata all’orientamento della Corte di cassazione (SS.UU. n. 17532 del 2009) secondo cui  “In tema di notificazioni degli atti processuali, qualora la notificazione dell’atto, da effettuarsi entro un termine perentorio, non si concluda positivamente per circostanze non imputabili al richiedente, questi ha la facoltà e l’onere – anche alla luce del principio della ragionevole durata del processo, atteso che la richiesta di un provvedimento giudiziale comporterebbe un allungamento dei tempi del giudizio – di richiedere all’ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio, e, ai fini del rispetto del termine, la conseguente notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, sempreché la ripresa del medesimo sia intervenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari secondo la comune diligenza per conoscere l’esito negativo della notificazione e per assumere le informazioni ulteriori conseguentemente necessarie.

In concreto la Sezione, aderendo all’indicazione di SS.UU. n. 14594 del 2016, ha stabilito che il termine ragionevolmente contenuto, entro il quale va riattivata l’attività notificatoria, non deve superare la metà dei termini indicati dall’art. 92, comma 1, c.p.a. per la proposizione delle impugnazioni.

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